Il meglio viene dal meno

Ci sono molte persone che pur avendo delle capacità al di sopra dello standard, hanno un evidente bisogno di migliorare le proprie prestazioni in determinate funzioni. Queste persone, spesso, sono atleti, musicisti, attori, ballerini.

Voglio parlare dei musicisti.

Il modo più comune con cui un musicista tenta di migliorare il suo livello di prestazioni è fare di più, lottare per fare meglio, aumentare lo sforzo, usare la forza di volontà o fare esercizi ripetitivi.

Alla base di tale atteggiamento comune, insito nella nostra cultura e nelle pratiche educative, c’è un modo di pensare che condiziona pesantemente. Continuamente ci sentiamo dire: lavora sodo, sii serio, esercitati di più, allena la tua resistenza e la forza di volontà, altrimenti non riuscirai, ecc. ecc.

Eppure nonostante questo modo di pensare sia così diffuso, i risultati della sua applicazione sono scarsi e ci sono diversi motivi per cui non funziona.

Cercherò di elencarne alcuni.

La ripetizione non paga.

Per migliorare ci si allena, spesso con esercizi ripetitivi, ma la ripetizione dal punto di vista funzionale, comporta il servirsi sempre dello stesso schema, che si conosce bene.

Per cambiare occorre apprendere nuove modalità.

Cambiare schema significa inevitabilmente apprendere perché si tratta di distinguere e scegliere tra diversi schemi di movimento o azioni possibili; essere in grado di apprezzare piccole differenze e dettagli.

Per notare le differenze è necessario ridurre lo sforzo.

Per essere in grado di notare differenze in schemi muscolari ci deve essere una diminuzione nella complessiva eccitazione sensoriale: lo sforzo muscolare deve essere ridotto al minimo.

Infatti secondo la legge di Weber-Fechner, in fisiologia, la variazione di uno stimolo è percepita in misura minore quando l’intensità di partenza di tale stimolo è elevata. Se, per esempio, stessi tenendo in mano un peso di dieci chili potrei non percepire alcun cambiamento se qualcuno aggiungesse due etti, mentre se stessi tenendo solo quattro chili riuscirei a percepire i due etti in più. Questo vuol dire che l’aumento di tono muscolare prodotto dallo sforzo di volontà per ripetere un’azione sino alla fatica, impedisce la possibilità di distinguere piccoli cambiamenti negli schemi muscolari e va a compromettere il processo di apprendimento.

La prestazione ideale non esiste; le aspettative deluse creano frustrazione e portano ad uno stato di ansietà.

Inoltre, psicologicamente, l’uso della forza di volontà, implica spostare l’attenzione ad un obiettivo di prestazione ideale ancora da raggiungere, senza curarsi del livello di prestazione corrente. Si resta perciò frustrati perché nonostante la ripetizione il miglioramento è ininfluente. Questo può portare facilmente ad uno stato di ansietà.

Moshe Feldenkrais ha descritto molto bene la componente corporea della sindrome di ansietà in uno dei suoi libri “Corpo e comportamento maturo”, in cui si legge che l’ansietà comporta inibizione dei muscoli estensori e superattivazione dei flessori. Questa limitazione di movimento potrebbe essere un grosso problema per un musicista/pianista da concerto.

La ripetizione crea schemi di movimento coatti.

Persino a livello neurologico, la ripetizione di un particolare schema di movimento crea dei veri e propri “solchi” attraverso i quali passano gli impulsi e diminuisce la possibilità che sorgano schemi alternativi. Anzi quell’unico schema diventa coatto e così, nel contesto di una determinata attività, sembra che non ci sia alternativa.

Come fare?

Nelle lezioni di Consapevolezza Attraverso il Movimento del Metodo Feldenkrais il musicista che vuole migliorare il livello delle sue prestazioni, può imparare a ridurre lo sforzo muscolare complessivo (nei flessori è molto facile che vi sia tanto lavoro) e sperimentare schemi di movimento alternativi. Può comprendere quello che succede nel compiere un movimento, sviluppare la capacità di apprendimento e sentire che la riduzione dello sforzo è accompagnata da maggiore efficienza.

Quella del musicista è un’attività che richiede un alto livello di utilizzazione del sistema nervoso. Nella pratica musicale è utile rendere più chiare sia le intenzioni artistico-espressive che i mezzi per realizzarle e il Metodo Feldenkrais aiuta il musicista a sviluppare una profonda consapevolezza di sé che permette di integrare al meglio questi due aspetti.

Moshe Feldenkrais, in tanti anni di attività, ha lavorato con musicisti quali Y. Menuhin, L. Bernstein, D. Baremboin, I. Markevitch e con molti altri meno famosi. Migliorare le proprie prestazioni nell’attività svolta vuol dire anche migliorare le proprie qualità umane.

L’attenzione del Metodo Feldenkrais è rivolta alla persona intesa come unità di corpo-mente, alla persona che vuole imparare, alle sue qualità più che alle sue difficoltà, alle sue intenzioni per aiutarla a trovare il modo di realizzarle, qualunque sia il suo punto di partenza.


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